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A Cinecittà incontriamo DANIELA MOROZZI

di Lorenzo De Feo - pubblicato su "InFonòpoli"

 

Chi entra a Cinecittà per la prima volta ha la sensazione di trovarsi catapultato in un altro mondo. Un mondo apparentemente disabitato e silenzioso dove si percepisce la presenza di una grande attività. Due principali viali alberati e paralleli interrotti da immensi hangar (teatri di posa), il tutto in stile mussoliniano color mattone rosso. Avventurandosi tra le traverse, o arrivando in fondo ai viali, si rischia di trovarsi, improvvisamente, in città fedelmente ricostruite - dai marciapiedi ai tetti -. Abbandonate... Come se fossero state “ripudiate” o lasciate frettolosamente dai suoi abitanti. Poi, inaspettatamente, si scorge un cartello con su scritto “Gangs of New York di Martin Scorsese”... Un’altra magia si manifesta: la città fantasma non è altro che il set cinematografico dell’ultimo film di un grande regista. Più in là, invece, un villaggio che sembra essere stato il luogo natale del Conte Wladimir Dracula che nasconde una piazza medievale con tanto di cattedrale con rispettivo campanile...

         Siamo alla ricerca del Teatro 11 dove abbiamo appuntamento con Daniela Morozzi, ma veniamo rapiti dal famoso Teatro 5 nel quale Federico Fellini era di casa, una sbirciatina dentro e una all’orologio... “Siamo in ritardo! La Morozzi ci sta aspettando...”

         Accolti dal suo coinvolgente sorriso e travolti dalla sua prorompente simpatia ci accomodiamo nel suo camerino...

 

Daniela Morozzi, attrice di teatro, come si trova quando lavora in una fiction? E, soprattutto, come si pone un attore di teatro nei confronti della fiction... Insomma, raccontaci come sei arrivata a tutto questo.

Ho cominciato a fare teatro abbastanza presto, frequentando una scuola di teatro di cui sono molto felice che si chiamava “Laboratorio Nove” e adesso fanno anche teatro di ricerca... si è ampliata molto, fanno tutta una serie di laboratori e spettacoli internazionali – un’esperienza molto interessate - contemporaneamente al liceo classico - i miei volevano che arrivassi alla maturità... -. Il primo anno arrivò che frequentavo questa scuola arrivò un francese che teneva un seminario di improvvisazione... Ed io ho capito quello che volevo fare! Ho costituito una compagnia fin dall’inizio, ci siamo uniti in un gruppo che dura ormai da quindici anni che si chiama Lega Italiana d’Improvvisazione.

     Quindi, tu parti da un teatro d’improvvisazione...

Giusto! Io facevo una scuola classica dove si lavorava sul testo però, parallelamente, la mia compagnia faceva un percorso sull’improvvisazione. Per improvvisazione, io intendo, non quella che si fa in tutte le scuole di teatro, il lavoro che facevamo noi era diverso perché si faceva un percorso che portava a far sì che l’improvvisazione non fosse solo il percorso per arrivare al testo ma diventava l’obiettivo; quindi, si fanno tutta una serie di esercizi per arrivare in scena... e improvvisare in scena: diventa improvvisazione pura.

         Partendo da questa impostazione che ti ha formato come ti trovi ad essere diretta per una Fiction?

Considera che ho fatto anche teatro di testo. Il lavoro sull’improvvisazione è una palestra incredibile perché ti dà una grande autonomia. Improvvisando in scena, in cinque... sei... sette attori che devono costruire una storia, cosa accade? Che tu diventi attore, autore, regista e quindi acquisti un’esperienza che ti ritrovi. Ti formi come “testa pensante” e non solo come esecutore o interprete. Proponi attivamente sul palco.

         Riesci a farlo anche durante le riprese per una Fiction?

Penso di sì... soprattutto di questa fiction “Distretto di polizia”. Pensa che c’è il tono da commedia il primo anno non c’era, è nato dal gruppo formato da attori che molti vengono dal teatro. Si è formata un po’ una magia in cui noi improvvisavamo delle battute o addirittura sui finali. Anche se c’era un copione da seguire ci scrivevamo i dialoghi. E spesso nascevano delle situazioni comiche che sono state tenute e hanno funzionato e nel tempo gli autori gli hanno dato spazio. Capita, a volte, che gli autori stessi lasciano dei puntini in sospeso...

         Possiamo dire che la collaborazione è alla base di un buon risultato!

Credo proprio di sì. E il lavoro di improvvisazione ti aiuta a questo anche se bisogna avere sempre dei referenti... dei punti da mantenere. Anche se capita, durante le riprese, il collega che non sa cosa sta per dirmi. Quindi devo, per forza, sviluppare un ascolto non solo con le orecchie ma con gli occhi, con il corpo... con il cuore. Si costruisce una storia con te se sto in “rapporto” con te... Altrimenti non c’è verso! Il lavoro di improvvisazione in teatro ti offre una elasticità che ti ritrovi anche sul set.

         E’ sempre così?

Dipende dai registi! Io ho avuto la fortuna di lavorare sempre con registi che mi hanno lasciata sempre libera.

         Quindi, un regista quando ti chiama per un lavoro, ti chiama anche perché sa come lavori?

Non lo so se mi chiama per questo. So solo che il rapporto con il regista è importante. Quando ti chiedono di fare delle cose cerchi di farle mettendoci del tuo e cercando di collaborare. Non ho mai avuto, forse per pura fortuna, nessuno che mi ha detto fai così e basta. Penso di essere stata fortunata, fino ad ora. Certo, capita che mi dicono di fare così, ma io proponevo dicendo che mi piacerebbe provare in un altro modo più sulle mie corde. Magari, propongo cose sbagliate e accetti quello che ti viene suggerito. Ma solo dopo che l’hai provata.

         In poche parole, una collaborazione totale.

E’ necessaria! Non farei questo lavoro se non fosse così.

         Un lavoro che hai scelto, dunque.

L’ho scelto perché non avrei potuto fare altro. Pensa che io vengo da una famiglia tutt’altro che aristocratica o alto borghese: mia madre, infermiera; mio padre, operaio. Io vengo da Firenze dove non si fa né teatro né fiction e quindi farlo e deciderlo di farlo è stato tenace. Non credo che avrei potuto fare altro, concludendo!

         Una sfida con te stessa vinta?

Diciamo che l’ho vinta perchè lo faccio e ci vivo di questo lavoro... e sai quanto è difficile vivere di questo lavoro. Per anni ho fatto fatica per andare avanti... Ho anche vissuto per due anni a Milano dove lavoravo per Zelig dove insegnavo improvvisazione... Ho fatto tanto cabaret, teatro comico o feste dell’Unità con il porcellino accanto che ti urla accanto... Situazioni difficili! Mi sono fatta una gavetta abbastanza lunghina. Ho vissuto anni duri proprio perché non è un mestiere facile, è un mestiere precario e abituarti alla precarietà ti parte da dentro. E’ precario perché adesso fai da quattro anni “Distretto” che ha un successo enorme di pubblico e ti dà visibilità; magari, finito questo, stai fermo due anni perché non ti chiamano per fare altri lavori; oppure, perché vai in crisi perché vorresti raccontare altre cose e non riesci a farle. Io non mi sento ancora un’artista arrivata. Se è vero che l’arte è una forma di pensiero che può cambiare il mondo, ecco, io non penso di essere dentro. Faccio un mestiere che cerco personalmente di farlo bene. Ancora sono alla ricerca! 

         Prima abbiamo parlato di collaborazione ma quanto c’è della Morozzi nei personaggi che interpreti?

Una domanda un po’ buffa per me, non so come non è possibile mettere del tuo in quello che interpreti. Ti faccio un esempio, Vittoria Guerra – il personaggio di Distretto di polizia – non mi appartiene culturalmente: è una donna sposata con un divorzio alle spalle, è una donna indipendente ma sempre alla ricerca di amori. Però è tanto mia... nella solarità, nel suo modo di approccio... Sicuramente, io come Daniela, non fare mai le sue scelte.

         Dicendo questo il personaggio di Vittoria non potrebbe farlo nessun altra attrice: è tua!

Probabilmente, sì. Per come l’ho impostato io, no. Lei è nata su di me... con me. E’ cresciuta, anche, con me. Considera che all’inizio era abbastanza diversa; poi, nel tempo, è diventata... oserei dire, siamo cresciute insieme. Ti faccio un altro esempio; nel film di Virzì – Baci e abbracci – avevo un ruolo da cooprotagonista ed era il personaggio di una donna molto succube del marito che viveva per famiglia nel senso classico; io non sono così! Però, la mattina quando mi vestivo con i vestiti di Ivana, diventavo Ivana pur essendoci Daniela dentro.

         Daniela Morozzi come autrice di teatro, parlando con Caterina Di Sarno, la tua agente, mi ha anche detto che tu hai scritto insieme ad altri autori un soggetto destinato per una mini serie TV. Io ho voluto leggere e ti faccio i miei complimenti...

Grazie. Stai parlando di “Legami e legumi”. Allora, abbiamo iniziato a scriverlo proprio quando ho iniziato a fare Distretto... Lo abbiamo scritto anche se in Italia le sit-com non funzionano molto, per me, a parte quella di Jerry Scotti e Mariamelia Monti o Casa Vianello... Sit-com classiche come quelle americane, tipo Friends, non esistono perché non hanno rapporto con il pubblico; in America nascono con il pubblico. La sit-com è nata con il teatro...

         Infatti, spesso, in quelle americane si sente un pubblico che ridendo sostiene e sottolinea la battuta comica...

         Infatti! Noi, come gruppo teatrale che sta in piedi da quindi anni, abbiamo fatto questa proposta. E, come ben sai, essendo molto difficile trovare produzioni che investono su volti sconosciuti; infatti, ti ci mettono dentro l’attore di richiamo scritturato da Mediaset oppure la “figona” già conosciuta. Noi siamo molto “puristi” in questo: difendevamo il progetto come nostro e con le nostre facce, come sarebbe giusto. E quindi, abbiamo deciso di non proporlo più come sit-com per la TV ma ne abbiamo fatto una versione un lavoro di improvvisazione teatrale. Abbiamo fatto sette domeniche a Zelig che sono andate benissimo e adesso insieme a De Rossi che un produttore romano, tra l’altro uno dei più grossi, stiamo improntando questa puntata pilota, però sempre “improvvisata”; quindi, il pubblico verrà a teatro e vedrà tutte le sere due episodi che saranno registrati. Una operazione che sposta la televisione in teatro: non riusciamo a farlo in televisione, lo facciamo in teatro e vediamo cosa succede. Siccome, comicamente, funziona... i personaggi sono belli...

         Leggendolo ho notato che il tutto è basato sui personaggi

Come tutte le sit-com: pochi ambienti, battute e relazione tra i personaggi.

         Il metodo di scrittura che avete adottato non è, quindi, un metodo tradizionale...

Assolutamente, no! Mentre si scriveva si improvvisava e si riscriveva. Essendo, noi, un gruppo che lavora da tanti anni insieme, potrai capire. Posso dire, rispetto a quello che hai avuto modo di leggere, che il progetto è cambiato... un po’ stravolto. Abbiamo cercato di tenere il meglio non potendo portare in teatro cinquanta copioni!

         Cambiando discorso, per un attore che tipo di rapporto deve istaurare col proprio agente?

Ti parlerò del tipo di rapporto che io con la mia. Caterina Policardi Di Sarno mi è stata presenta... ti parlo di sette o otto anni fa, da Dario Ballantini che ci eravamo conosciuti a Zelig, e devo dirti che è nato subito un amore umano. Sai che gli agenti sono spesso dei grandi squali che vivono sulla pelle degli attori, lei non è così! C’è un rapporto di fiducia e di collaborazione; se mi viene proposto un lavoro che non è partito da lei io glieli passo per curarmeli. Non riesco ad immaginare, anche un lavoro con l’agente, senza una collaborazione. E poi, lei ha un atteggiamento molto sincero con i propri attori: deve stimarli, altrimenti non li cura. Nelle sue mani non sei un prodotto che deve vendere, se non crede in te. Abbiamo un rapporto libero... a volte succede che si litiga anche, come in tutti i rapporti sinceri! L’altro giorno le ho detto perché non mi proponi a Piccioni e lei mi dice “Piccioni non ti prende perché sei solare!” ed io insisto. Lei ha ragione, in Italia non si fanno film dove le facce... gli attori sono veri come nel cinema francese. In Italia si passa dalla “depressione” totale dove l’attrice ha bisogno di due flebo per tirarsi su o con i volti emaciati, alla “figona” o il belloccio. E’ un po’ complicato per i “caratteristi”. Mentre mi piacerebbe vedere una storia d’amore tra due persone “normali” che non siano necessariamente bellissimi; cosa che Valsecchi, per esempio, in Distretto, è riuscito a fare. Se Distretto è una delle poche fiction in Italia ha avuto questo successo è proprio perché è fatta da attori non “patinati”. Secondo me si raccontano poche storie con volti veri.

         E del teatro, secondo te, di cosa ha bisogno?

Di cosa ha bisogno è una domanda da centomila dollari!!! E, a proposito, di finanziamenti!!!

         A parte i finanziamenti che è un problema primario...

Io credo che ci sia un teatro... premetto: mi ritengo una persona di sinistra, però odio quella parte della sinistra che fa teatro d’élite e di ricerca che considero più parole che di ricerca... Non so come lo riporterai...

         Come me lo hai espresso!

Ok! Ti dicevo, che è un teatro fatto per pochi. Credo che il teatro, come ogni forma d’arte, debba essere per tutti e alla portata di tutti. Che arrivi anche a mia madre che a teatro non ci va e che ha preso la terza media quando era incinta di mia sorella perché voleva fare l’infermiera a tutti i costi. Mi fa paura quando l’élite diventa un senso di colpa da parte dello spettatore che non capisce cosa ha visto perché ha visto un teatro di ricerca fatto dalla sinistra. Prendi Mario Martone arriva a tutti! Ho voglia di entrare ed emozionarmi come tutti. A volte questo accade per una provocazione fine a sé stessa fatta da una nicchia di persone che si auto-raccontano storie addosso... Potrei farti dei nomi... anche se non lavorerò per i miei prossimi vent’anni...

         (ridendo insieme) Non li fare!!!

Ho visto spettacoli di gruppi affermati dove c’è il vuoto di pensiero che sono a mille miglia lontani dallo spettatore! Questo mi fa un po’ paura per quanto riguarda il teatro di ricerca... così come per il teatro brillante fatto tutto di tette, culi e lustrini. La ricerca sul linguaggio è continua e ti dico che io, in un certo senso, non ci sono ancora arrivata. Prendi Distretto che è una fiction fatta benissimo, recitata da validi attori, con un produttore che ha investito su facce nuove... un prodotto nazional-popolare rispettoso del pubblico senza l’intenzione di cambiare il mondo. Io, personalmente mi sento, lavorando qui, di rispettare il pubblico. Il discorso è a monte!

         Cambiamo discorso. Ho saputo che farai un lavoro con Veronica Pivetti...

         Sì! Questo è un lavoro che è una commedia... ovviamente! Mi dirai “come mai t’hanno chiamato per una commedia?” (ironizziamo insieme) Sono contenta non posso dirti molto perché abbiamo fatto solo una lettura. Posso dirti che il mio personaggio è molto divertente... L’ho accettato perché è una favola molto ironica su un amore che nasce tra il personaggio della Pivetti e Francesco Salvi. Lui ha una follia straordinaria, secondo me.

         Tornando al teatro e agli autori di teatro, perché secondo te hanno tanta difficoltà a proporre i propri lavori?

Sicuramente perché l’investimento sulle nuove produzioni è bassissimo. Io per anni con la mia compagnia abbiamo vissuto di pubblico non abbiamo mai avuto un finanziamento. Auto-prodursi vuol dire non guadagnare... C’è una salsa del discount che, quando ero a Milano prendevo sempre quella per un anno e mezzo, mi viene il disgusto solo a sentirne l’odore... Tanto per farti un esempio. Non c’è investimento culturale, soprattutto sulle novità!

         Noi abbiamo notato un alto livello tra le nuove proposte…

Il problema è che il teatro italiano è monopolizzato dai teatri stabili e spesso fanno produzioni di cui non gliene frega a nessuno se non agli abbonati della domenica. Per fare del teatro di ricerca sano devi fare tanta fatica e devi essere anche al posto giusto al momento giusto. Nessuno ha la formula giusta! Ti dico che io faccio ancora fatica a proporre le mie cose nonostante la visibilità televisiva. Credo nelle iniziative progettuali, però! Se si ha delle cose da raccontare devi investire. Investire in tempo, in denaro, in fatica. Un mio amico dice che questo mestiere è fatto del 40% di talento e 60 è sapersi organizzare, sapersi vendere, è così! Riuscire a trovare i canali giusti. Proporre i propri testi anche nei teatrini off; non farsi scoraggiare subito. Poi, sicuramente, c’è una fetta di intellettuali che detengono il potere soprattutto nel teatro di ricerca... o entri con loro o non passi.

         Una conclusione al nostro incontro visto che ti hanno già chiamato due volte...!

Intanto ti ringrazio per aver parlato con te e ti dico che il lavoro che state facendo sugli autori vi invito a continuare a farlo. A fare anche progetti e portarli avanti usando una struttura che già esiste e che aiuta a sostenerli. Nella difficoltà consiglierei a tutti coloro che vogliono fare questo mestiere di provarci a qualsiasi età; perché non c’è niente di più bello raccontare delle storie! Direi, semplicemente, fatelo! Senza età! Una volta sentii un’intervista fatta a Streller in diretta e un ragazzo gli telefonò chiedendo: “Vorrei sapere a proposito della scuola... Io ho trent’anni mi piacerebbe imparare a fare teatro.” e lui rispose “Non le sembra di essere un po’ vecchio per fare questo mestiere?...”. Io non credo che esiste età per cambiare strada e prenderne una nuova. Io ho assistito a “stravolgimento” di persone che a quarant’anni hanno mollato tutto e adesso fanno questo lavoro. Come ho visto persone che, dopo anni di teatro, hanno lasciato tutto... La “trasformazione” umana è continua dove non ci sono limiti. Credo nello studio e nella voglia di ricerca; non limitarsi alla tecnica ma alla ricerca interiore. Io ho avuto incontri “fulminanti” che mi hanno formato e cambiato e di conseguenza sono andata in contraddizione: pensavo delle cose e invece... Mi piace la contraddizione, insomma.

         (la Morozzi viene chiamata per la terza volta per raggiungere il set) Ora, ti lasciamo libera!

Credo di averti detto quasi tutto, almeno... quello che penso! Ti ringrazio e vado giù... Altrimenti mi massacrano!!!

        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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