
| home |
|
teatro |
| immagini |
| video |
| il condominio |
| altro |
| contatti |
| links |
presenta

Il teatro nel “Sogno” o il “Sogno” nel teatro?
- Cronaca di un incontro -
di Lorenzo De Feo - pubblicato su "InFonòpoli"
Catapultati come in una favola ci siamo trovati a vivere un pomeriggio da “Sogno”. Un sogno fatto di ricordi, racconti, aneddoti e storia: tracce indelebili che hanno reso il Teatro Italiano straordinario ed unico nel mondo.
Aroldo Tieri e Giuliana Lojodice hanno raccontato di loro e della immensa dedizione per il teatro con estrema semplicità rendendoci partecipi della loro grande avventura che hanno vissuto e tuttora stanno vivendo.
Aroldo, mentre Giuliana è impegnata in una telefonata, esordisce con una riflessione: “Io ho avuto una vita stupenda… bellissima!” e dopo una breve pausa “Ora ho altro da fare: occuparmi di me stesso perché non sono stato bene; nonostante il telefono che squilla per le proposte di lavoro. La Giuliana ora andrà a ritirare un premio per me Un calabrese nel Mondo; un premio importante. Petullà – ex direttore dello stabile di Roma e attuale direttore del premio Un calabrese nel Mondo – ha telefonato per dirmi che io ero premiato.” Prosegue, mostrandoci un libro a lui dedicato Aroldo Tieri, una vita per il teatro; poi, ci rivela che è in preparazione un altro libro più completo su di lui il cui editore ha già pubblicato un libro di testi teatrali e altro sul padre di Aroldo, Vincenzo Tieri. Con gentile orgoglio sottolinea che esiste a Roma una strada intitolata a Vincenzo Tieri e di recente è andato ad inaugurare il busto del padre in Calabria.
Continua ribadendo che ha avuto una vita stupenda e con ironia “…Mica mi vado a mettere adesso in gara, per carità con tutto il rispetto, per fare cosa? E’ iniziata la diarrea della parola! (emula i suoni cacofonici del modo di recitare attuale). E’ arrivato il momento di dirmi fermiamoci un minuto. La parola non esiste più, ci sono solo dei suoni… sussurri. Mi continuano ad arrivare proposte… Non ho bisogno di altro: ho fatto una vita bellissima; la vogliono raccontare, la mia vita, tanto che è bella. Cosa andrei a fare? Mi andrei a mescolare in un meccanismo dove io non c’entrerei. Ho fatto un CD casereccio di poesie in cui ci sono anche poesie napoletane – non sono napoletano ma parlo bene il napoletano… il napoletano signore come si dice -, quando lo sentono o regalo, rimangono conquistati. Vedo questo e vedo che tutto sommato Dio è stato molto buono con me che non mi fa sentire il bisogno di fare altro… all’attivo quattrocentoventi film e tanto teatro. Giuliana, invece, vuole ancora fare, giustamente ha molti anni meno di me; io sono del 1917! Io, ora mi sentirei un estraneo in mezzo a tutta questa confusione che c’è…”
E a proposito di confusione, arriva Giuliana che riferisce ad Aroldo la telefonata: problemi con gli orari del riscaldamento; in un attimo nasce una riunione straordinaria di condominio, di cui noi facciamo parte. Poi, lei, si accorge che il registratore portatile è in funzione e si scusa per aver interrotto ma, noi annunciamo che non sarebbe male inserire anche questo e proponiamo di chiamare anche l’amministratore di condominio. Eludendo la proposta, tra una risata e l’altra, Giuliana, da perfetta padrona di casa: “Vi posso offrire un caffè, un tè, un analcolico? Cosa vi va?” ad Aroldo “E tu cosa vuoi, una ciofeca?”.
Giuliana esce e Aroldo riprende a parlare con quella luce negli occhi che rapisce ogni tipo di interlocutore: “Sì, ho avuto una vita molto bella…!”.
Qui interviene Raffaele: “Una vita che è stata bella grazie al teatro o sarebbe stata bella comunque?”. Aroldo, senza pensarci due volte: “Soprattutto per il teatro perché è stata una cosa improvvisa! Nel ’35 si apriva l’Accademia d’Arte Drammatica diretta da Silvio D’Amico ed io, dopo aver finito gli studi classici, vi entro a far parte. Nel ’38, dopo i tre anni di frequenza c’è l’esame… il diploma diciamolo così… chiamiamola la laurea, dove venivano inviatati ad assistere tutti i più grandi critici teatrali d’Italia tra i quali c’era Renato Simoni che era stato incaricato dal Ministero della Cultura Popolare che finanziava uno spettacolo Francesca da Rimini di D’Annunzio. Per farla breve, Simoni, scelse me per fare Malatestino al Teatro Argentina di Roma con tutti attori importanti… Ho cominciato subito, appena finito l’Accademia; Torraca, che all’epoca era l’impresario del Teatro Eliseo di Roma, mi scrittura per tre anni mentre Simoni mi scrittura per la Francesca da Rimini con il minimo di paga che era quarantadue Lire e cinquanta centesimi. Questo significa che faccio le cosa diverse dagli altri… faccio l’attore in una maniera diversa dagli altri. Io racconto sempre che ho cercato nella mia vita di studiare anche per fare questo mestiere, in qualche modo, dando una partecipazione, come dire, non soltanto nella sensibilità particolare che è quella dei meridionali come quella dei napoletani – infatti, amo molto i napoletani -. Tornando al ’38 si dava al Teatro Eliseo I giorni felici con Magnani, Morelli, Stoppa e Cervi ed io ero l’altro. A ventuno anni, tra tutti questi grandi del teatro, sia Stoppa sia Cervi mi buttavano avanti per prendere gli applausi che erano dedicati a questo giovane che ero io. Da qui ci fu il mio primo ingaggio al il cinema per un film che ebbe un grande successo incredibile; quindi, per cui, il mio nome oramai era legato alla fortuna e ai soldi. Cominciai a fare i film con Totò, altro successo che non finiva mai.
“A proposito di Totò, un aneddoto particolare?” è Raffaele che interviene. Ad Aroldo gli si illuminano gli occhi “Io ho una poesia di Totò, recitata da Totò registrata su nastro che lui ha regalato a me! Nel libro ho fatto riportare la sua dedica a me che dice Al carissimo, e caro Aroldo Tieri con affetto Totò. Lui era di una intelligenza straordinaria, non era un uomo colto; Caro nella dedica era più forte di Carissimo separato da una virgola. Con Totò ho fatto dei film di grande successo di pubblico ed economico; tuttora ricevo diritti da quei film e da altri.”.
“Cinema ma soprattutto teatro; fortuna e successo fin dal primo debutto… E ancora fortuna, nella vita privata e non, con l’incontro tra lei e Giuliana.” cerco di far proseguire con i ricordi. Lui, altra bella luce negli occhi “Nel ’60 ho fatto al Teatro Greco a Siracusa con Giuliana e da lì è cominciata la nostra storia formando la compagnia Tieri-Lojodice che è durata quarant’anni.”.
Entra Giuliana con i caffè, con dei tempi teatrali da copione, proprio come in una commedia; poggia il caffè di Aroldo sul tavolino al fianco di lui, il quale, inavvertitamente, lo fa cadere sporcando tutto: divano, moquette e carte. Una scena da teatro!
Lui: “Si è versato?”
Lei: “Lo sapevo!”
Lui: “Ma, Giuliana, non me lo dici!?”
Lei: “Ne ero certa!!!”
Lui: “Ho sporcato tutto?” Anche il libro?
Lorenzo: “No, il libro è stato salvato in previsione di…”
Lei: “Ero certa che sarebbe successo!”
Lui: “Giuliana, ma non mi dici niente… Stavo parlando…”
Lei: “Appunto perché stavi parlando non volevo interrompere!”
Lui: “Abbi pazienza… Spero di non aver combinato…”
Lei: “…hai combinato un macello!”
Lui: “Mi dispiace, Giuliana.”
Lei: “…un disastro!”
Lui: “Io stavo parlando, non ti ho sentito arrivare, mi metti la tazzina lì… Mi dispiace, Giuliana.” ai presenti, cercando complicità “Non ho sentito quando è entrata… Non sì è sentito che camminava. Se mi avesse detto Aroldo, c’è il caffè io avrei…”.
Lei esce sussurrando qualcosa.
Tempi teatrali perfetti, interpreti eccezionali e testo, se pur improvvisato, perfetto! Complimenti!!! Mancava solo l’applauso sull’uscita di lei e su di lui rimasto seduto con aria mortificata.
Si riprende la chiacchierata con una domanda di Raffaele a lui: “Se lei fosse nato in quest’epoca cosa sarebbe successo?”. Lui senza alcun dubbio “Sarebbe stata la stessa cosa! Vi faccio un esempio che è un po’ curioso ma, certamente capirete: Salotto, venti persone… ” un’altra scena di teatro puro; purtroppo non si può riportare le intonazioni e la grande mimica. Prosegue, ma inutile riportare l’esempio: bisogna solo vederlo!
Lui continua a parlare delle sue interpretazioni di successo intanto Giuliana rientra con uno strofinaccio umido per riparare il danno del caffè versato. Lei lo interrompe, mentre pulisce il divano, inginocchiata, quasi nascosta: “Io… Io… Io…” facendo il verso ad Aroldo “Quarant’anni che stiamo insieme…”. Lui: “L’ho detto! L’ho detto che abbiamo fatto compagnia e…”. intervengo a favore di Giuliana “A dire il vero siamo venuti per incontrare Giuliana Lojodice!” come a dire che l’incontro è stato monopolizzato; lui si giustifica dicendo. “Lei stava facendo il caffè e non ha potuto raccontare nulla…”. Proseguo a difendere Giuliana: “La tattica del caffè versato è ha funzionato!”. Lei conferma, lui sta al gioco: “il caffè versato a posta… per tenerla lontana! Adesso che è tutto a posto, tocca a Giuliana.”. Altra esilarante scena fatta di sguardi e di gestualità, unica!
E’ il turno di Giuliana, Aroldo cede il suo posto a me per starle più vicino. Lei mentre si accomoda esordisce con “Bene, tocca a me ma comunque si parla di Aroldo; infatti, dovrò andare a Palmi, in Calabria, a per ritirare il suo premio Un calabrese nel Mondo. Un premio internazionale che hanno dato non solo a calabresi; bensì, a personaggi illustri di altre nazionalità…” squilla il telefono, Giuliana va a rispondere. Nel mentre, Aroldo ci racconta della sua splendida famiglia; dei suo fratelli persi in guerra, scrittori anche loro; del padre e della grande simpatia e intelligenza che lo contraddistingueva da tutti. Era un critico teatrale e scriveva commedie; Aroldo ricorda che si fermava a parlare col padre fino alle cinque del mattino nel suo studio e carpiva, assorbiva il mestiere. I racconti si incrociano, questo avviene quando c’è molto da narrare; dallo smoking del ’46 quando è stato ricevuto dalla regina Elisabetta – i giornali lo hanno pubblicato e sottolineato che era del ’46 perché lo aveva fatto notare che non è cambiato neanche fisicamente -, ai pranzi al Quirinale dal Presidente e consorte.
Ritorna Giuliana armata ancora con lo strofinaccio umido per attaccare la macchia di caffè sul divano: “Se non si agisce subito sulla macchia di caffè zuccherato non ti toglie più!”. Aroldo, come se non fosse consapevole del danno: “Anche il divano si è sporcato? Bè, il colore è un po’ del caffè chiaro… Mi dispiace, Giuliana…”. Lei gli porge un bacio amorevole sulla fronte; un gesto dolcissimo.
“Torniamo a noi!” Giuliana si accomoda e si dedica a noi dopo aver ironizzato ancora sul caffè versato.
“Lo scopo della nostra visita era quella di porre delle semplici domande, pur non essendo un giornalista; bensì, mi occupo di teatro.” Una premessa doverosa che andava fatta almeno un paio d'ore prima. Lei, pronta, ribatte: “Nella mia assoluta e sincera umiltà spero di essere in grado di rispondere.” a mia volta “Ed io spero che siano comprensibili!”. Comincio: “Si parla di teatro come terapia o come via di fuga, Giuliana Lojodice come lo definisce o come lo vive?”.
Sicura di sé risponde: “In ambedue le situazioni! Io credo che il teatro sia una terapia e credo che sia anche una via di fuga. Terapia, perché tanti di noi hanno delle nevrosi, chi non ne ha? E si ha il bisogno di volo di uscir fuori dalle proprie fissazioni, dalle proprie depressioni, dai propri problemi sia psicologici che fisiologici. Ho visto uno spettacolo al teatro Argentina che si chiama Urlo di Pippo Del Bono il quale si è specializzato proprio in questo genere di spettacolo… terapia, terapia d’urto. Qui, Urlo, inteso proprio in senso lato, urlo liberatorio da tutti i punti di vista. Uno spettacolo realizzato con degli handicap, c’erano un down, uno uscito dal manicomio, una donna elefantiaca, un personaggio altissimo…”
“Il disagio in scena.”.
“Sì, da qui l’Urlo per la disperazione totale; disperazione per amore, disperazione religiosa, disperazione della follia da manicomio, disperazione nell’incomprensione umana, nella musica… L’urlo inteso come fastidio. Urlo inteso in senso terapeutico quindi fatto proprio dai malati. Uno spettacolo basato non tanto sulla parola, in quanto c’erano pochi monologhi, due da Orsini e due da Del Bono, il quale ha avuto un percorso professionale molto particolare, ma da musica… musica con un volume esagerato. L’intelligenza di basare lo spettacolo teatrale sulla musica perché la musica ha un linguaggio universale, per questo lo spettacolo ha avuto modo di girare anche all’estero. Quindi si può far recepire uno spettacolo in italiano dove la lingua viene usata pochissimo, quindi non hai bisogno di far comprendere quello che dici ma hai bisogno di immagine e di ascolto… Una bella dritta perché fanno teatro in un certo modo affinché arrivi a tutti ed avere un successo ovunque. Tutto questo fa parte del terapeutico, però è anche una fuga; è una fuga terapeutica. La cosa pericolosa in questo mestiere, per noi attori soprattutto, sono proprio queste fughe continue; molto spesso non sei nella realtà sei fuori e il ritorno nella realtà, soprattutto molto prolungato, diventa problematico: il fuggire continuamente, sia perché c’è il problema interpretativo di un’altra persona – io non li chiamo personaggi ma persone – che in un certo qual modo si appropria della tua persona; quindi, vivi continuamente il tuo doppio – interpretando un ruolo – rientrare nella realtà è molto complicato. E’ come pensare alle problematiche nevrotiche e psicologiche che hanno i piloti; quanto, tu pilota di aereo, continua a viaggiare in tutto il mondo, toccando gli aeroporti più disparati, più improbabili, più incredibili, lontani, tornare in casa è la cosa più nevrotica che esista. Noi siamo abituati ad avere un tale tasso alto di adrenalina e di impegno psicologico nonché nevrotico che il ritorno alla normalità spesso è controproducente, non è così gradevole, non è riposante. Se il riposo è effettuato troppo a lungo diventa depressione. Entri in un giro come il serpente che si morde la coda per cui tu devi fare questo lavoro che può essere altamente gratificante, altamente demoralizzante, però è talmente esaltante sempre; e rientrare nella norma è una delle cose più complicate di questa terra. (con ironia per concludere) Dico bene o dico sciocco?”.
“Praticamente mi ha bruciato tutte le altre domande!”
Ridendo ribatte “Rispondere con una sola domanda in una intervista sarebbe eccezionale! Però il ruolo dell’intervistatore viene a mancare; quindi, si nevrotizza… per carità, non vorrei essere responsabile.”
“Fortunatamente non sono un intervistatore; quindi, non mi nevrotizzo e non cado in traumi inreversibili…”
“Meno male!”
“Vorrei passare alla seconda domanda ma, in un certo modo, già mi ha risposto senza darmi modo di formularla! Era: Un suo pensiero sull’idea di sposare più discipline artistiche contemporaneamente come teatro, immagini (foro audio-video), danza, scultura, pittura… Parlando del Urlo si evince cosa ne pensa.”
“L’Urlo è uno spettacolo che va al di là del tradizionale, stanno cercando delle formule diverse per fare teatro, non parlo di teatro d’Avanguardia perché come diceva la Borboni “Il teatro d’Avanguardia, appena va in scena non lo è già più avanguardia: lo stai facendo…”. Scherzo! E’ un modo per cercare altri linguaggi, altri modi, lo capisco. Però sono d’accordo che si debba dare ad uno spettatore, oggi, più che mai esercitato a spettacoli televisivi e ai grossi show dei nostri cantautori, certamente è abituato ad un immaginifico che non può più essere racchiuso soltanto tra quattro pareti. L’idea di fare un teatro totale, per me, è il massimo del godimento sia per chi lo fa sia per chi ne usufruisce. Io ho fatto di tutto nella mia vita, ho presentato anche un Festival di Sanremo nel ’64 – bel ricordo perché aspettavo mia figlia -; ho fatto show musicali televisivi; Ciao Rudy commedia musicale con Mastroianni, ho lavorato con Dorelli, ho fatto radio… Credo, la cosa più bella sia stato fare la commedia musicale perché contiene tutti i parametri dello spettacolo: cantare, recitare, ballare… padrone del palcoscenico in tutti i sensi. Oggi che si aggiunge la possibilità del multimediale diventa ancora più ricco il panorama delle possibilità, è una cosa meravigliosa! I nuovi orizzonti bisogna aprirli e assolutamente entrarci dentro con tutte le forze e farne delle nuove proposte per il pubblico che, credo, ne abbia molto bisogno.”
“A proposito di multimediale, è stato molto apprezzato, da giovani e non, la tua esemplare interpretazione de Il Sogno nello spettacolo di Zero – sottolineo da giovani perché c’è un aneddoto molto significativo per la tua interpretazione: ero seduto vicino ad un ragazzo che dopo la prima proiezione del “Il Sogno” da te interpretato, con estrema spontaneità dice Ammazza quant’è brava questa. Ma chi è?”
Con un largo sorriso Giuliana “Carino… Tenero…! Ma io lo capisco benissimo, molti giovani non sanno chi sono; lo trovo giusto perché i ragazzi oggi sono cresciuti con un altro genere di miti: i miti americani, il mito del cinema, la fiction. Ormai, noi attori così detti di tradizione - aggiungo, diciamo la verità, che siamo molto più elastici di tanti che lavorano oggi – non ci conoscono; non solo ma anche i giovani che fanno teatro e cinema oggi. Perché il loro confronto va oltre, noi non entriamo più nulla nei loro parametri di misura. Loro vengono tartassati dall’immagine e se noi non ne usufruiamo attraverso la televisione e il cinema, come facciamo a raggiungere questi cervelli, questi occhi, queste orecchie. E’ logico! Purtroppo non ce ne danno modo. Io ho fatto una battaglia per far tornare il teatro in televisione perché trovo assurdo che i giovani non seguano il teatro; molti giovani vanno a fatica a teatro, trasportati molte volte dalla scuola o dai genitori. E quando vengono a salutarci in camerino si complimentano con noi e sono entusiasti, sono meravigliati; appunto perché non credevano che ci fosse altro rispetto a quello che propone la televisione. Gli attori di tradizione fanno fatica ad entrare in quel quadratino, chiamato TV, e come diceva giustamente Gassman Se non sei lì dentro non ci sei!. Nonostante le mie battaglie per far tornare il teatro in televisione con petizioni, tanto di schede firmate dal pubblico durate gli spettacoli agli intervalli, coinvolgendo altri colleghi come Giuffrè, Falk, molti non hanno aderito perché non ci credevano… non so il perché! Forse pensavano che se si fa teatro in televisione non arriva il pubblico in teatro…a voi il commento! Sono state portate quasi centomila firme alla Moratti e il teatro, sì è tornato in TV con Palcoscenico, ma in onda a mezzanotte; viene da sé che a quell’ora chi rimane sveglio a vedere teatro in televisione; quindi, hanno trovato l’occasione di dire che il teatro in televisione non funziona. E poi, come si fa ad interrompere una commedia con gli spot? Un altro motivo di non guadagno per la televisione. Concludendo, niente teatro in televisione! Con questo non voglio dire che la televisione è pessima, anzi, ci sono molte cose interessanti e fatte molto bene da grandi professionisti; però, dal punto di vista culturale ci perde senza teatro. So di essere molto polemica… (Aroldo conferma annuendo!) Lui conferma! Meno male, finché esiste la polemica esiste un po’ di vivacità; purtroppo non basta per stimolare, per esercitare e per avere un risultato.”
“Vorrei terminare con una domanda di Raffaele: Se il successo è un sogno da realizzare, hai ancora un sogno?”
Lei, dopo una breve pausa, risponde con determinazione “Sì, quello di andare in palcoscenico con Renato! Recitare con Renato; nei suoi spettacoli c’è stato tanto, un po’ di tutto dalla danza alle immagini ma non la recitazione, no! Dovrebbe trovare un modo iperbolico, capisco che uno spettacolo di quel genere la recitazione è un problema perché mantenere alto il livello del suono e dell’attenzione con la recitazione è di gran lunga differente dall’espressione musicale, canoro; senza dubbio ma, forse ci sono i mezzi, ci possono essere. Il mio intervento interpretando Il Sogno è una strada. Lancio una proposta, arrivata in questo momento, una canzone drammatica di Renato, stiamo parlando di lui, abbinata a un breve monologo di… prendiamo, Fedra o Medea… diventa un impatto fortissimo… naturalmente con delle musiche adatte! Puoi fare con la musica delle cose meravigliose; perché non utilizzare la recitazione a livello scenico accanto ad un grande della musica moderna? Non mi sto proponendo, sto soltanto pensando cosa potrebbe essere uno spettacolo costruito con tanti modi; prima abbiamo parlato di multimediale e allora perché non usare anche la presenza dell’attore in uno spettacolo e non solo la danza perché è immagine o un’altra cantante che assomiglia a quello che sta facendo Renato, non si propone niente di nuovo, di diverso. La gente, forse, ha bisogno della diversità! Perché il pubblico si bloccava e rimaneva rapito quando io parlavo con l’immagine?”.
“Era incantato dal contrasto…”
“Ecco, bisogna creare dei contrasti! Inseguirsi tra musicalità e parola; la parola dovrebbe riottenere il suo posto perché, secondo me, oggi, è indispensabile e necessario per i giovani! Io la penso così: è importante unire le forze!”.
La conversazione continua e sarebbe potuta durare molto di più; grazie alla loro immensa ricchezza di esperienze professionali e di vita. Arricchiti da questo incontro dichiariamo di essere sazi e, soprattutto, siamo stati colpiti dalla loro capacità di mettere a proprio agio i loro ospiti.
Questo tipo di racconti sono già storia… Il Sogno prosegue per la sua strada!









